La nostra collega Stefania Palmieri dell’ufficio Legale EvoBus (leggi anche una precedente intervista qui) è andata “in missione” presso Daimler Trucks North America.
Ci siamo fatti raccontare qualcosa di quest’interessante esperienza.

Stefania, come è nata quest’opportunità?
E’ nata dalla richiesta della collega americana Jennifer Annala, che ringrazio di cuore, oltre al mio capo Roberto Midali e ad Eckhard Schief che hanno reso possibile questa bellissima esperienza. Jennifer aveva bisogno di supporto temporaneo per portare avanti un progetto nell’area compliance e per sopperire ad un picco di lavoro, quindi ha domandato all’interno del gruppo di colleghi europei se qualcuno fosse disponibile a darle una mano. Un bell’esempio di collaborazione e spirito di squadra, all’interno della stessa grande famiglia Daimler.
E’ stata una di quelle opportunità che ti capitano una volta nella vita quindi da cogliere al volo.
Ho pensato subito che dal punto di vista sia lavorativo che personale sarebbe stato davvero fantastico, quindi ho organizzato tutto in pochi giorni, fatto la valigia e sono volata dall’altra parte del mondo.

Di cosa ti sei occupata negli Stati Uniti?
Ero nell’ufficio Compliance che garantisce a livello aziendale e di gruppo il rispetto delle norme nazionali e internazionali, delle procedure interne tramite sistemi ad hoc e processi di controllo, ma si occupa anche di promuovere una cultura di integrità aziendale tramite formazione, informazione e best practice. Il progetto che seguivo, in particolare, riguardava i business partner, compresa la gestione di alcuni casi critici emersi in quel periodo, ma anche la formazione specifica del personale e degli stessi business partner sul tema della compliance.

Che cosa ti ha colpito dell’organizzazione del lavoro dei colleghi di oltreoceano?
La sede americana ha naturalmente dimensioni e risorse maggiori rispetto a noi e questo, anche se non significa automaticamente maggiore qualità del lavoro, sicuramente lo rende più agevole e per certi versi più specializzato, in quanto i singoli impiegati rivestono funzioni più circoscritte. La nostra realtà italiana invece richiede sicuramente una maggiore flessibilità a svolgere diversi compiti/funzioni e ti allena a fronteggiare ogni situazione con le risorse a disposizione. Quanto alla struttura, beh: palestra e yoga aziendale, mercatino biologico per i dipendenti una volta a settimana, mensa salutista, acqua fresca e gratis per tutti… sarebbe bello (e non troppo infattibile) attuare qualcuna di queste idee anche qua… è innegabile che in un ambiente piacevole si lavori meglio!

Rispetto al tema “compliance” di cui ti sei occupata, hai notato differenze di attitudine tra Europa e Stati Uniti?
In America la compliance anche per motivi culturali e storici è molto sentita e mi è sembrato che fosse un concetto più familiare anche per le persone che non lavorano in questo ambito (mentre in Italia, ad esempio, mi chiedono spesso che cosa vuol dire compliance). Ma la cosa più entusiasmante è stata la possibilità di essere operativa fin dal primo giorno perché le linee guida, le procedure e i sistemi che utilizzano oltreoceano sono gli stessi, e mi sono davvero sentita parte di un grande gruppo in cui si può collaborare e confrontarsi anche da un capo all’altro del mondo.

E’ stato difficile adattarsi alle abitudini statunitensi e ai nuovi colleghi?
Ah, non potevo fare a meno della tradizionale tazza gigante di caffè sulla scrivania e delle ciambelle stile Homer Simpson offerte dai colleghi. Non posso dimenticare neppure la mia prima partita di football allo stadio e la serie di cappellini yankee che finalmente potevo sfoggiare dopo il lavoro J …insomma direi che mi sono ambientata.
I colleghi sono stati molto gentili e mi hanno accolto bene, nonostante non fossero proprio miei coetanei ecco, ci sono state piacevoli chiacchierate perché loro erano curiosi di sapere dell’Italia (che è la meta per eccellenza una volta nella vita di ogni americano) e io chiedevo consigli su cosa esplorare nel weekend e facevo domande sulla vita a Portland. Ok lo ammetto, sotto questo profilo i miei colleghi italiani mi sono un po’ mancati!

E’ un’esperienza che rifaresti? Che cosa hai portato a casa?
Certamente!!! È stata davvero un’esperienza magnifica che consiglio a tutti, di ogni età e qualsiasi funzione ricoprano: è sempre il momento di rompere la propria quotidianità e mettersi in gioco per una nuova sfida, breve o lunga che sia!
Da un punto di vista personale, ha risvegliato in me quell’innata di capacità di adattarsi, scoprire, mettersi alla prova, mentre professionalmente è stata una vera full immersion nella compliance (perché nell’ufficio legale in italia non ci occupiamo solo di quella) quindi ho approfondito alcuni temi che mi interessavano e ho avuto la fantastica opportunità di vedere una casistica davvero variegata in ambito compliance, tra indagini e ricerche a volte degne di un film poliziesco!

E cosa hai lasciato negli uffici di Portland?
Dal feedback positivo che ho ricevuto dalla mia supervisor americana credo che abbia apprezzato soprattutto la voglia di fare (è una nota che contraddistingue gli italiani dopo tutto, dai) perché fin da subito, senza troppe istruzioni ho portato a termine i compiti richiesti, a volte chiedendo di fare anche di più per sfruttare al meglio quell’esperienza dall’inizio alla fine. Ma di sicuro ho portato anche un po’ di modenesità perché ho fatto assaggiare il nostro gustosissimo e unico aceto balsamico… altro che ketchup!!

Grazie a Stefania Palmieri per aver condiviso con La Città dell’Autobus quest’esperienza.

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