Un’azienda familiare ormai giunta alla terza generazione di appassionati imprenditori, una lunga strada che l’ha condotta dal primo pullman del 1946 ai 140 di oggi. Stiamo parlando del Gruppo GRASSANI di Matera, che da 7 mesi a questa parte comprende anche l’azienda Voulaz Milano, un’acquisizione recente con cui il gruppo può oggi offrire una copertura nazionale e una presenza a sud e a nord del paese.
Abbiamo raggiunto con le nostre domande Innocenzo Grassani, imprenditore quarantunenne da sempre impegnato in azienda, e il papà Giovanni Grassani che ha vissuto entrambi i “passaggi generazionali” affiancando il padre in azienda e, oggi, dirigendo l’impresa accanto al figlio.

Nome e cognome, azienda e funzione:

I. Innocenzo Grassani, amministratore di Grassani srl e Voulaz. Ho 41 anni.

G. Giovanni Grassani, amministratore di Grassani e Garofalo.

Da quanti anni lavora in azienda:

I. Sono un masochista. Mi sono laureato a 22 anni e il giorno dopo ero in azienda a fare l’inventario. Quindi lavoro in azienda da 19 anni.

G. Da sempre. Fin dalla fine dell’università, ma anche prima. Mio padre è stato il fondatore dell’azienda Grassani nel ’46: lo stato offriva ai reduci di guerra le concessioni per la linea dai paesi alle stazioni ferroviarie; mio padre acquistò il primo autobus e lì cominciò tutto. Molte aziende di trasporto in Basilicata sono nate così. Io entrai in questa realtà nel ’70. Aveva ancora una piccola dimensione, con 12 autobus.

Perché ha scelto questa professione?

I. Penso per una maledizione genetica. Ho sempre respirato questa passione per gli autobus e l’impresa e ho trascorso le mie estati lavorando in officina. Anche se ai tempi della scuola superiore volevo fare il cibernetico, poi anche su consiglio di mio padre, ho scelto di laurearmi in economia, pensando alla gestione di impresa.

G. Per la mia formazione avevo scelto tutt’altro. Mi sono laureato ingegnere in chimica industriale che non centrava nulla con gli autobus. Mi proposero di lavorare all’EniChem, ci stetti 15 giorni e poi tornai agli autobus ed entrai definitivamente nell’azienda di famiglia.

Ha la patente dei bus? Ricorda il primo autobus che ha guidato?

I. Sì ho la patente. Il primo autobus che ho guidato è stato l’ O 309 Mercedes a scuola guida. Poi ero quello cui toccava sempre “la tartaruga”, l’Iveco A70, che quanto a vibrazioni….

G. Sì la patente l’ho avuta, poi me l’hanno ritirata per l’età. A 12 anni mi facevano guidare un 635 e ricordo che non avevo neppure abbastanza forza per schiacciare i pedali.

E il suo rapporto con gli autobus attuali?

I. Non amo particolarmente guidare. Lo faccio in caso di emergenza, per questo mi capitano sempre i servizi peggiori che sono tenuto ad accettare per dare l’esempio. 

G. Il mondo degli autobus è stato completamente rivoluzionato. Oggi non si fa più fatica a guidare. Gli autobus sono tutti automatizzati ed assistiti, hanno sensori di ogni tipo. Il comfort per l’autista e per i passeggeri non è paragonabile a quello che era negli anni ’50.

Il peggior difetto di suo figlio/padre, se ne ha?

I. Il peggior difetto di mio padre è, al tempo stesso, al sua miglior qualità: lui, a differenza di me, è meno empatico e confidenziale e così alla fine risulta molto autorevole. Vorrei anche io imparare a guadagnare un po’ di quell’autorevolezza, anche se penso che ognuno sia efficace con il proprio stile.

G. Quando confronto la mia gestione d’impresa a quella di mio figlio uso spesso questa metafora: io sono il generale davanti alle truppe con la spada, lui è il generale sulla collina che guida l’esercito da distanza. A volte funziona di più il suo modo, a volta bisogna scendere con le truppe.

In che cosa vi assomigliate?

I. Ci assomigliamo poco, forse anche per le due diverse epoche in cui siamo cresciuti. Io cerco di imparare da lui e, in quello che riesco a recepire, ci assomigliamo.

G. Sono orgoglioso, anche se non dovrei dirlo, di come Innocenzo ha fatto propri i principi morali che sono anche i miei: rispetto per gli altri, serietà, moralità assoluta nei rapporti. Bisogna essere persone per bene, non per essere buoni, ma perché è un atteggiamento che ripaga nel tempo e nelle relazioni.

Chi dei due è il più entusiasta nel lavoro?

I. Io. Mi appassiono subito a un’idea e poi magari ci rifletto in un secondo momento. Mio padre invece è più prudente, deve essere trascinato, salvo poi condividere i meriti al plurale: “che bella idea abbiamo avuto!”. Scherzo, mio padre sa dare fiducia e stare al mio fianco anche sui progetti che non nascono da lui.

G. Lui.

Chi dei due è il più testardo?

I. Senza dubbio io. Non accetto mai compromessi

G. Lui. Forse l’età mi ha reso più disponibile.

Cosa l’appassiona o la delude del suo lavoro?

I. Mi deludono tante cose perché spesso la passione che ci metto non sempre trova le risposte che mi aspetto negli atteggiamenti delle persone. Mi piace molto, invece, la possibilità che questo lavoro offre di mettersi in gioco e di innovare, anno dopo anno.

G. Mi appassionano le sfide di ogni giorno, sempre diverse. Occorre essere sempre pronti e attenti alle esigenze di clientela, personale, fornitori, occorre affrontare le emergenze, insomma è un lavoro che non annoia. Forse la cosa più bella è trovarsi a fare un bilancio, riconoscere che qualche cosa poteva essere fatta meglio, ma che, nel complesso, c’è di che essere soddisfatti.

Una novità che lei ha introdotto in azienda?

I. Tante L’ultima è stato un nuovo gestionale: non ho trovato sul mercato quello che faceva per me e l’ho creato su misura con amici informatici. Oggi addirittura lo stiamo commercializzando, già un paio di città lo usano per il servizio urbano.

G. Tante, forse quella di cui vado più fiero è essere stati negli anni ’90 la prima impresa in Basilicata a dare vita a servizi atipici per l’area industriale di Melfi, che non era servita dal trasporto pubblico. Io ho avviato accordi coi sindacati per istituire servizi di trasporto per i lavoratori. Se non ci fosse stata l’impresa Grassani la risposta politica e dell’amministrazione sarebbe arrivata molto in ritardo.

Qual è il valore più importante che le ha trasmesso suo padre / l’insegnamento più prezioso che ha ricevuto da suo figlio?

I. Onestà e correttezza.

G. Apertura alle innovazioni. Io sono ingegnere, ma talvolta ho un po’ di resistenza psicologica al cambiamento. Lo stimolo di mio figlio è prezioso.

Ci sono state delle figure importanti che vi hanno affiancato?

I. Coi collaboratori in azienda c’è un rapporto familiare da anni. Sono tutti importanti. Anche quelli che cercano di metterti i bastoni fra le ruote, sono uno stimolo importante.

G. Abbiamo uno zoccolo duro di personale affezionato con cui, sarà anche perché viviamo in paese, ci sono legami che vanno oltre a quelli professionali e diventano quasi familiari. E’ un punto di forza per l’impresa.

La passione per gli autobus si eredita?

I. Appena i miei figli crescono glielo dico. Penso si coltivi più che ereditarsi. Non sempre succede.

G. Probabilmente sì, ma non sempre succede. E’ un coinvolgimento che va alimentato fin da piccoli.

Un consiglio che vuole dare a suo figlio / padre?

I. Inutile. Non lo ascolterebbe.

G. Non ne ha bisogno. Ormai lavora da 20 anni e le ossa se le è fatte. Forse: tenere sempre i piedi per terra.

Un in bocca al lupo speciale per suo figlio / per suo papà.

I. Papà, goditi il tuo momento con la serenità di chi sa di aver fatto e costruito tanto. Non dico di smettere di dibatterti tutti i giorni con i problemi in azienda, perché so che non puoi farne a meno, ma sempre con l’orgoglio e la consapevolezza della strada percorsa.

G. Ti auguro di incrementare, consolidare, andare avanti con l’azienda, sempre seguendo le regole morali che ci accomunano, che possono anche sembrare ingenue in un ambiente così competitivo come il nostro, ma che, alla fine, sono ciò che fa la differenza.

Grazie a Giovanni e Innocenzo Grassani per la disponibilità e l’interessante conversazione..

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