GIUGNO 2020 – In occasione dell’esperienza “Io lo provo a Bolzano”, in cui i tecnici dell’azienda SAD hanno avuto l’opportuntà di testare su strada e in servizio un eCitaro, l’autobus completamente elettrico Mercedes-Benz, abbiamo incontrato via skype l’ingegner Helmuth Moroder, responsabile della divisione servizi su gomma e servizi su impianti fissi di SAD.
Con lui, oltre a confrontarci sul test di eCitaro e sul futuro dell’elettrico, abbiamo avuto il piacere di condividere interessanti riflessioni in merito a come l’azienda altoatesina sta affrontando la fase 2 del Covid e su come l’esperienza pandemica ha modificato gli orizzonti di sviluppo.

Le linee di SAD sono operative. Come avete organizzato il serivizio in relazione ai protocolli di sicurezza? Come sta reagendo il personale e l’utenza rispetto queste nuove modalità imposte dall’emergenza sanitaria?
Ci stiamo confrontando con tutte le difficoltà che ogni azienda di trasporto pubblico è chiamata ad affrontare in questo particolare momento e, fin dall’inizio, siamo sempre stati in stretto contatto con le amministrazioni, in particolare con la Provincia autonoma di Bolzano. Dopo i primi giorni del lockdown ci siamo subito coordinati con altri operatori di trasporto pubblico e abbiamo deciso di chiudere le porte anteriori dei bus e inibire le prime sedute per isolare e proteggere il conducente. All’inizio l’indicazione di tenere una distanza di almeno un metro tra i passeggeri ha portato ad una riduzione della capienza di trasporto a circa il 20% del normale, poi progressivamente è stata aumentata. Oggi – 16 giugno – noi come SAD viaggiamo con i posti a sedere occupati, ma solo quelli, e l’obbligo di mascherine a bordo. La provincia, in realtà, una settimana fa avrebbe già autorizzato il ritorno alla capienza prevista dal libretto di circolazione e l’apertura delle porte anteriori. Noi preferiamo allentare le misure con cautela per ulteriore sicurezza e anche perché, pur con il regime contigentato attuale, non lasciamo gente a terra, dal momento che l’attività turistica e l’attività economica non sono ancora ripartite a pieno ritmo. Inoltre abbiamo constatato che i passeggeri sono i primi a desiderare una riduzione di affollamento e a sentirsi più sicuri in un autobus a capienza ridotta.
Stiamo allestendo delle paratie a protezione dell’autista, già installate su 20 autobus, e prevediamo di completare l’allestimento nel giro di una decina di giorni e, appena l’autobus disporrà della paratia, riapriremo la porta anteriore e la vendita a bordo dei biglietti. Ci stava particolarmente a cuore, tuttavia, la messa in sicurezza del conducente.

Quale vi aspettate sarà il principale momento di test per flussi e criticità: la stagione turistica estiva o la ripresa delle scuole?
Sono entrambi momenti che portano a un incremento dei passeggeri. Tra i due quello che, a mio avviso, richiede una copertura del servizio pienamente efficiente è il trasporto scolastico. I turisti, grazie al momento di vacanza, sono più flessibili nelle esigenze e negli aspetti relativi ad orari e disponibilità immadiata dei mezzi. Possono più facilmente trovare alternative, godere di una passeggiata. Saranno comprensivi se, qualche volta, su un autobus non riusciranno a salire. Più stringenti sono, invece, le esigenze del trasporto scolastico, con vincoli di orari e di trasporto. Faremo di tutto per portare i ragazzi a scuola. Auspico a breve un graduale ritorno alla normalità, anche perché si possano valutare gli effetti sull’andamento dell’epidemia e modulare subito le risposte, magari anche constatando che l’allentamento delle misure non produce un incremento dei contagi. In quel caso, a settembre potremo riattivare il servizio con i volumi normali.

Che eredità lascierà l’esperienza del covid sul trasporto pubblico? Produrrà delle conseguenze sul modo in cui organizzeremo in futuro i nostri spostamenti?
Io lo auspico davvero e per diversi motivi: abbiamo visto che molti spostamenti possono essere evitati. Abbiamo imparato a fare molte cose da casa – questa stessa intervista probabilmente un anno fa non l’avremmo fatta via skype ma ci saremmo fisicamente incontrati in un luogo – si possono fare efficacemente riunioni e lavorare da casa. Posso immaginare che un pendolare, che oggi viaggia casa-lavoro cinque volte a settimana, in futuro lo farà solo tre. Questo consentirebbe di ridurre del 40% il traffico dei pendolari che è quello che intasa le strade nelle ore di punta. Potrebbe perfino nascere un modo di lavorare più efficace ed efficiente e migliorare la qualità della vita. Noi abitiamo in montagna, magari in diversi piccoli paesi di 2 mila/5 mila abitanti e le residenze non sono state costruite per lavorare; perché non immaginare nei paesi degli spazi di coworking, in cui recarsi per il lavoro senza spostamenti, che possono diventare anche occasioni di socialità per gli abitanti del paese stesso, dove incontrare persone che oggi non si incontrano perché costrette al pendolarismo verso il capoluogo di provincia? Questo potrebbe avvenire a vantaggio di tutti.
Il secondo punto è l’uso della bicicletta che già oggi è protagonista di un grande interesse e riscoperta. Soprattutto le biciclette a pedalata assistita, le cosiddette eBike, che ampliano il raggio d’azione delle due ruote e rendono del tutto affrontabili anche spostamenti casa- lavoro di 15/20 km. Inoltre è un mezzo veloce, non costa nulla e chi ha iniziato ad utilizzalo ne è entusiasta.
Questi forse sono due punti in cui il coronavirus può lasciarci qualche segno positivo.

Ringraziamo l’ing. Helmuth Moroder per l’interessante condivisione.

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